Arriva l’emissario di Obama
L’offensiva americana per correggere la linea di Berlino sull’economia
“La storia non si ripete, ma fa rima”. Ieri la Frankfurter Allgemeine Zeitung citava Mark Twain per raccontare l’arrivo a Berlino di Jack Lew, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti. L’esponente dell’Amministrazione Obama – atteso già oggi in Europa per tre giorni di colloqui riservati tra Germania, Francia e Portogallo – incontrerà il collega Wolfgang Schäuble, tornato a guidare il ministero delle Finanze tedesco dopo le elezioni di settembre e l’affermazione del partito di Angela Merkel.

“La storia non si ripete, ma fa rima”. Ieri la Frankfurter Allgemeine Zeitung citava Mark Twain per raccontare l’arrivo a Berlino di Jack Lew, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti. L’esponente dell’Amministrazione Obama – atteso già oggi in Europa per tre giorni di colloqui riservati tra Germania, Francia e Portogallo – incontrerà il collega Wolfgang Schäuble, tornato a guidare il ministero delle Finanze tedesco dopo le elezioni di settembre e l’affermazione del partito di Angela Merkel. I due si erano incontrati nella capitale tedesca già nell’aprile 2013; allora non mancarono gli attriti, e adesso è probabile che la storia torni appunto a fare rima. L’anno scorso Lew aveva invitato i paesi che ne avevano la “possibilità” a fare di più per sostenere l’economia, alimentando la domanda interna e aiutando così gli altri paesi che attraversavano un processo di aggiustamento più gravoso. Lew non nominò la Germania, ma il riferimento era chiaro, perciò governo e media tedeschi si risentirono. In ottobre, poi, nella sua relazione al Congresso statunitense, sempre il Tesoro criticò apertamente le politiche di Berlino troppo sbilanciate sulle esportazioni. E tale linea non sarà certo smentita in queste ore, a giudicare dai virgolettati anonimi consegnati ieri al Financial Times da un alto esponente del Tesoro: “Riteniamo che la crescita debole della domanda domestica tedesca abbia impedito un aggiustamento più vigoroso ed equilibrato all’interno dell’Eurozona, oltre che limitato la crescita globale in senso più generale”. Al centro dei pourparler non ci sarà soltanto un punto più approfondito sui progetti del governo di Grande coalizione tedesca. Le due tappe a Berlino e Parigi – pilastri di un asse franco-tedesco sempre meno in equilibrio – consentiranno all’emissario di Obama di insistere pure sull’Unione bancaria (da perfezionare tutta e subito, allontanando i rischi di choc finanziari) e sul risanamento fiscale (da diluire invece “quando possibile”, ha detto una fonte americana). “Più Europa”, chiederà dunque Lew alla controparte tedesca. Ma non propriamente nella direzione prediletta da Berlino o dai burocrati brussellesi. Questi ultimi, pronti a lanciare anche un’offensiva mediatica alla vigilia delle elezioni di maggio per il Parlamento europeo, quando dicono “più Europa” intendono “meno instabilità politica” e “meno euroscettici”. L’Amministrazione Obama, in cima alle sue priorità, ha invece l’economia domestica da sostenere in maniera duratura: perciò, quando dice “più Europa”, lo fa per non ritrovarsi al suo fianco un partner troppo spossato e anemico, soprattutto nel momento in cui si tratterà di cogliere i frutti del Trattato di libero scambio Ue-Usa adesso in fieri. Evidentemente a rassicurare Washington non bastano i segnali di timida ripresa nell’Eurozona, confermati ieri dal dato di dicembre dell’indice Pmi composito – su manifattura e servizi – in salita a 52,1 a dicembre (da 51,7 di novembre).
Che l’interesse strategico degli Stati Uniti non collimi del tutto con l’atteggiamento di Berlino lo confermano varie voci dell’establishment americano. Robert Kahn e Charles Kupchan, del Council on Foreign Relations, pensatoio bipartisan ma vicino all’Amministrazione democratica, dicono che per la ripresa “Washington ha un bisogno disperato di un partner europeo più capace”. Occorrono unione fiscale e finanziaria più strette, oltre a “politiche macroeconomiche che sostengano di più la domanda”. Se non aumenta “la crescita potenziale europea nel lungo termine”, addio effetti benefici dell’accordo di libero scambio.
Anche Abe pensa a uno “sbarco” in Italia
Ieri anche Simon Nixon, columnist del Wall Street Journal e tra i più “filo-Merkel” del panorama anglosassone, invocava l’arrivo di “crociati per ‘più Europa’”. Per rilanciare il progetto d’integrazione nell’opinione pubblica, ha scritto Nixon, “la priorità più urgente è completare la liberalizzazione del mercato dei servizi, che ammonta al 70 per cento del pil dell’Ue. Troppe attività, inclusi i trasporti, i servizi aziendali, le telecomunicazioni, l’information technology e le costruzioni sono costretti da regolamentazioni nazionali e da codici professionali che limitano la competizione, aumentano i costi e riducono la produttività, con la Germania tra i più gravi trasgressori”. “Più Europa”, in questo caso, sta per “più liberalizzazioni” proprio nei settori che Berlino vuole proteggere dalla concorrenza esterna.
Né le sollecitazioni alla leadership europea arriveranno nel 2014 dai soli Stati Uniti. Secondo la ricostruzione del Foglio, il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, campione della lotta (quantomeno tentata) alla deflazione, starebbe ragionando su un viaggio da compiere a breve nel Continente. Con tappa anche nella “periferica” Italia.
Che l’interesse strategico degli Stati Uniti non collimi del tutto con l’atteggiamento di Berlino lo confermano varie voci dell’establishment americano. Robert Kahn e Charles Kupchan, del Council on Foreign Relations, pensatoio bipartisan ma vicino all’Amministrazione democratica, dicono che per la ripresa “Washington ha un bisogno disperato di un partner europeo più capace”. Occorrono unione fiscale e finanziaria più strette, oltre a “politiche macroeconomiche che sostengano di più la domanda”. Se non aumenta “la crescita potenziale europea nel lungo termine”, addio effetti benefici dell’accordo di libero scambio.
Anche Abe pensa a uno “sbarco” in Italia
Ieri anche Simon Nixon, columnist del Wall Street Journal e tra i più “filo-Merkel” del panorama anglosassone, invocava l’arrivo di “crociati per ‘più Europa’”. Per rilanciare il progetto d’integrazione nell’opinione pubblica, ha scritto Nixon, “la priorità più urgente è completare la liberalizzazione del mercato dei servizi, che ammonta al 70 per cento del pil dell’Ue. Troppe attività, inclusi i trasporti, i servizi aziendali, le telecomunicazioni, l’information technology e le costruzioni sono costretti da regolamentazioni nazionali e da codici professionali che limitano la competizione, aumentano i costi e riducono la produttività, con la Germania tra i più gravi trasgressori”. “Più Europa”, in questo caso, sta per “più liberalizzazioni” proprio nei settori che Berlino vuole proteggere dalla concorrenza esterna.
Né le sollecitazioni alla leadership europea arriveranno nel 2014 dai soli Stati Uniti. Secondo la ricostruzione del Foglio, il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, campione della lotta (quantomeno tentata) alla deflazione, starebbe ragionando su un viaggio da compiere a breve nel Continente. Con tappa anche nella “periferica” Italia.